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"L'Arminuta" e "Una storia istriana", esiti diversi di una condizione esistenziale affine

“L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio, è un romanzo pubblicato da Einaudi e vincitore del Premio Campiello nel 2017. Il romanzo, ambientato negli anni ‘70 in un Abruzzo luminoso e dolente, pone al centro del plot una ragazzina di tredici anni che tutti chiamano l’Arminuta, la quale da un giorno all’altro scopre di non essere la figlia delle persone con cui è cresciuta e viene restituita alla sua famiglia naturale. Il libro inizia proprio con il ritorno della protagonista alla casa natia, per lei sconosciuta, perché i suoi presunti genitori – che erano in effetti gli zii – erano andati a vivere a qualche ora di distanza dalla famiglia naturale della bimba ed i contatti si erano sfilacciati fino a essere quasi del tutto scomparsi. Cosa se non la miseria aveva spinto una madre con sette bocche da sfamare a cedere la creatura di sei mesi ad un’altra donna? E cosa aveva spinto questa seconda madre ad accogliere la neonata, crescerla, accudirla, educarla e poi restituirla al mittente? Una spiegazione c’è e verrà fornita, quasi per sbaglio, dalla sorellina Adriana nel corso di una narrazione fatta di sentimenti ed emozioni che toccano corde profonde.

Orfana, dunque, di due madri viventi, l’Arminuta narra in prima persona la sua vita. Non sapremo mai il suo vero nome, nel libro lei sarà solo l’Arminuta, che nel dialetto abruzzese significa la Ritornata, la Restituita: un nome implica che si è un individuo, lei invece per tutti i suoi genitori è stata solamente un pacco postale. Cambiando paese, la ragazzina ha perso una casa confortevole in riva al mare, una vita agiata piena di coccole e di privilegi, un’educazione perfetta, una cameretta con i poster, la danza, il nuoto, le vacanze al mare, le amiche del cuore, oltre che l’amore incondizionato di una famiglia senza prole alla quale era stata “ceduta” o forse “venduta” ancora lattante. Uno scambio che non era così inconsueto in certi pezzetti d’Italia arretrata, e nemmeno sul territorio istriano. Le storie degli altri possono essere simili alle nostre. Ne dà testimonianza il romanzo di Diego Zandel “Una storia istriana” (Edit, Fiume 2009) che, ispirandosi ad un fatto accaduto nell’Albonese, narra la storia tragica di Ludwig che, essendo stato venduto dai suoi genitori agli zii, nella disperata quanto vana ricerca di recuperare i genitori biologici o un altro punto di riferimento e non trovando che villania e ostilità presso la matrigna, soffocato in un mondo chiuso e superstizioso, di fronte all’incapacità di rassegnarsi, si suicida. Laura Marchig ha sentito il bisogno di rivivere questa storia istriana facendone la riduzione teatrale con la quale ha conseguito il secondo premio all’ultima edizione di Istria Nobilissima. (N.d.e. Il romanzo "Una storia istriana" fa parte della collana "Richiami" dedicata agli autori italiani originari dell'Istria , Fiume e Dalmazia, ed è disponibile su richiesta).
L’Arminuta, nel brusco passaggio alla famiglia originaria, si ritrova catapultata in un contesto rurale primitivo, arcaico e aberrante, in una casa piccola e buia dove regnano disordine, sporcizia e miseria, scarsità di cibo, un dialetto incomprensibile, una masnada di fratelli, e dei genitori che con i figli hanno un comportamento completamente diverso da quello degli zii. È un mondo che non le appartiene, che non conosce e che non ha niente a che vedere con il suo, in un ambiente povero di denaro e di sentimenti, in uno stanzone dove tutti dormono insieme, accanto ad una donna che lei non riuscirà mai a chiamare mamma. È costretta a dormire nella stessa camera dei suoi quattro fratelli, lei giovane adolescente nel pieno dello sviluppo, in un letto condiviso con la sorella minore Adriana. Con un nuovo fratello, Vincenzo, che la guarda smaliziato come fosse già una donna, inizia per lei il tempo della vergogna e della perdita dell’innocenza; vivrà sentimenti e momenti ambigui, non adeguati a dei fratelli, ma che sono naturali in un ambiente in balia dell’indigenza, dell’ignoranza e dell’altrui volontà.
E sarà per la tredicenne un doppio trauma.
Da una parte una maternità innaturale nel rapporto tra chi dà la vita e chi la riceve: madre e figlia sono due estranee che vivono sotto lo stesso tetto. Ma il rapporto s’incrina anche con l’altra donna, perché la ragazza non riesce più a riconoscere sua madre nemmeno in colei che, di punto in bianco, l’ha restituita senza spiegazioni come un oggetto usa e getta.
Non tutti i bambini e gli adolescenti hanno la stessa resilienza, la stessa capacità di assorbire un forte urto senza rompersi. Il Ludwig di Zandel non ce l’ha e soccombe. L’Arminuta, invece, ce l’ha e ce la fa. Ce la fa grazie alla sorellina selvaggia Adriana, che dal primo sguardo di reciproca empatia, l’aiuta a vivere e a difendersi dalla lordura e con la quale condivide i momenti più intimi. È lei che la salverà dalla sua discesa agli inferi e le trasmetterà l’energia necessaria per affrontare le dure prove della vita e riscattarsi per un nuovo equilibrio.
Nel romanzo, tutte le figure genitoriali escono sconfitte dalla storia, così come succede ai bambini abbandonati o ridotti a merce di scambio e ricatto tra genitori nella vita reale. Gli adulti scelgono in base al loro egoismo e i bambini subiscono, ma tutti insieme ingrossano le file dei vinti. Non tutti ma tanti ragazzi ne pagano le conseguenze con una sofferenza esistenziale che è dura a morire.

Nelida Milani Kruljac

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