Valiani e Santarcangeli, testimoni della storia fiumana del primo Novecento

Al Convegno di studi internazionale “Traduttori fiumani dall’ungherese” tenutosi martedì nel Salone delle Feste di Palazzo Modello, sede della Comunità degli Italiani, è stato presentato un saggio di Péter Sárközy, professore emerito della Cattedra di Lingua e Letteratura Ungherese dell’Università di Roma, La Sapienza, che ha trattato il tema di due grandi amici fiumani della cultura ungherese: il poeta-traduttore Paolo Santarcangeli e lo storico della dissoluzione dell’Austria-Ungheria, il senatore a vita, Leo Valiani.
Nel suo saggio, Sárközy ha fatto una breve esposizione delle traduzioni letterarie a Fiume nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento (Silvino Gigante, Umberto Norsa, Mario Brelich, Ignazio Balla e altri) alle quali si deve l’inizio della prima grande stagione della „fortuna letteraria ungherese in Italia”. Sárközy si è soffermato particolarmente sul famoso storico e politico, Leo Valiani (1909-1999), grande studioso della dissoluzione dell’Austria-Ungheria, e sul poeta Paolo Santarcangeli (1909-1965), traduttore di molti poeti ungheresi e fondatore della Cattedra di Ungherese all’Università di Padova. Santarcangeli e Valiani erano i redattori del numero speciale della rivista Il Ponte, dedicata alla rivoluzione ungherese del 1956 e alla letteratura moderna.
Santarcangeli scrisse pure due libri di memorie sulla città e sulla sua infanzia: Il porto dell’aquila decapitata (Firenze, Vallecchi, 1969, Udine, Del Bianco,1989) e un’autobiografia (In cattività babilonese, Udine, Del Bianco, 1987), alla quale aggiunse un sottotitolo emblematico: Avventure e disavventure in tempo di guerra di un giovane giuliano, ebreo e fiumano per giunta.
Valiani, invece, si sofferma sulla varietà linguistica cittadina spiegando: „A Fiume si parlavano quattro lingue: l’italiano, l’ungherese, il tedesco e il croato. L’italiano lo parlavano quasi tutti, l’ungherese gli insegnanti (le scuole erano italiane e ungheresi), i ferrovieri, i posttelegrafici, i giudici, i poliziotti. Il tedesco, quanti si occupavano di commercio internazionale, che alimentava il grande porto. Il croato, i lavoratori non qualificati, e le lavoratrici domestiche che dalle campagne circostanti scendevano in città.”
Paolo Santarcangeli nella postfazione delle sue memorie, al quale ha dato il titolo Nascere a Fiume, parla della „sindrome dell’essere fiumani”, che significava l’esistenza di „vivere in frontiera”.
Dopo le loro avventure e disavventure durante il fascismo e la guerra, Paolo Santarcangeli e Leo Valiani divennero esuli italiani in Italia, ma la loro testimonianza storica è un documento importante per tutti quelli che vogliono conoscere la vera storia di Fiume.

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