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I Fiumani che volevano essere Ungheresi

“Quot linguas calles, tot homines vales”, ovvero, quante lingue parli tanti uomini vali. Con questa espressione in latino il prof. Irvin Lukežić, del Dipartimento di Croatistica della Facoltà di Lettere e Filosofia di Fiume, ha aperto la sua dissertazione sul tema “Traduzione a Fiume nel corso dell’‘800 e agli inizi del ‘900”. Se vogliamo prestar fede agli Antichi, gli abitanti di Fiume valgono molti uomini, ha spiegato Lukežić al Convegno realizzato nell’ambito della 3ª edizione delle Giornate ungheresi e che si è tenuto ieri a Palazzo Modello. Già nel XIX e nel XX secolo i fiumani erano dei cittadini cosmopoliti e poliglotti, un popolo che potremmo definire liburnico, ma che spesso si identificava con quello ungherese, italiano o slavo. Lukežić ha spiegato che il tema delle traduzioni è tutt’ora un’area inesplorata della storia e letteratura cittadina, ma che già ad una prima occhiata possiamo notare che l’iniziativa di tradurre dall’ungherese all’italiano non è giunta dagli intellettuali ungheresi ma dai fiumani stessi, che in questo modo volevano avvicinarsi alla capitale. Tra gli autori più tradotti troviamo il poeta Sándor Petőfi, di cui si occupò Prospero E. Bolla assieme a tanti altri, Mór Jókai tradotto da Ernesto Brelich, collaboratore del giornale La Bilancia e consigliere cittadino, da Arturo Negovetich, Pietro Zambra e Samuele Szabo, Niccolò Gelletich e Vittorio de Gauss. È interessante da notare che pure Mario Schittar, conosciuto come Zuane de la Marsecchia (per chi non lo sapesse, il primo poeta e drammaturgo in dialetto fiumano), tradusse le liriche di Petőfi e tale fu la sua ispirazione che ne fece persino una trasposizione personale. Lukežić ha ricordato anche Silvino Gigante, Edoardo Susmel, Gino Sirola, Enrico Burich e Antonio Vidmar, che con le loro traduzioni avvicinarono Fiume all’Ungheria e crearono un importante collegamento intellettuale tra i due popoli.

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